Agli albori della psicoanalisi: anche Freud sbaglia

Andiamo a scoprire che cosa successe agli albori della psicoanalisi durante le sedute tra Sigmund Freud ed Ernst Blum. A chi fosse ulteriormente interessato, consiglio il libro “In analisi con Freud” a opera di Manfred Pohlen

Abbiamo numerose e interessanti resoconti dei pazienti che hanno fatto l’analisi con Freud. Ho scelto la testimonianza di Blum perché mi è parsa particolarmente significativa, insieme al commento di Pohlen, di come i trattamenti analitici del grande maestro peccassero di autocritica con conseguenze rilevanti sulle successive analisi dei suoi discepoli. Il mio parere è che Freud spesso non riuscisse a tradurre nella pratica clinica le sue straordinarie intuizioni e che molti dei suoi discepoli lo idealizzassero e idealizzassero la psicoanalisi stessa fino a non coglierne i suoi limiti, con conseguenze sul piano clinico decisamente negative.

BLUM E LA SUA PSICOANALISI CON FREUD

Nel 1922 Blum fece una analisi con Freud e stese con la sua approvazione i verbali delle sedute. Le sedute furono 70; manca il resoconto delle ultime 18. Si tratta di una testimonianza di enorme valore che permette di cogliere Freud nell’esercizio della sua prassi.  Io mi sono accinto alla lettura con una curiosità che sconfinava nell’emozione.

Il testo si divide in tre parti: il resoconto delle sedute, le riflessioni a posteriori di Blum su come abbia vissuto l’esperienza analitica e su come Freud sia intervenuto e un commento molto per esteso sia nell’introduzione che nelle considerazioni finali di Pohlen, il curatore del libro cui Blum ha affidato le sue memorie.

LA CONTRADDIZIONE DI POHLEN

Pohlen si esprime in termini fortemente critici nei confronti di tutti gli indirizzi post-freudiani, dalla Klein a Bion, dalla psicologia dell’Io a Kohut, e più in generale della psicoanalisi ortodossa che ha burocratizzato e tecnicizzato il pensiero freudiano. “La ritualizzazione e la razionalizzazione ossessiva della situazione analitica, attraverso cui si definiscono gli analisti ortodossi e le loro associazioni, si rivela essere un grandioso sistema difensivo: in tale ritualizzazione si manifesta una coazione a ripetere come l’esistenza fondamentale degli analisti contro la psicoanalisi”.

Secondo Pohlen s’impone un cambiamento radicale, bisogna recuperare la psicoanalisi delle origini, cioè la psicoanalisi e perché questo accada occorre rifarsi alla prassi su cui essa si fonda, ossia alla prassi di Freud.
Qual è “l’obbligo spirituale dell’analista”? È quello del poeta che guida come Virgilio con Dante giacché il sintomo va considerato una creazione artistica, un’opera d’arte?  L’uso inventivo dell’analisi da parte di Freud è una maieutica, un’arte di sprigionare immagini e parabole per schiudere all’analizzando il senso nascosto del suo mondo vitale. È un pensiero che guarda, in contrasto con il pensiero che spiega… ” (p. 190).

Pohlen si richiama a Freud che cita Michelangelo per rappresentare il lavoro psicoanalitico: “questo angelo devo liberarlo dal marmo”. Di abbozzo in abbozzo si arriva a quello definitivo che prenderà forma nell’analizzando. L’analisi di Blum con Freud ne è l’esempio. Si evince che Blum attraverso questa ”cura senza cura” che non vuole eliminare il sintomo (tutto è sintomo, la scelta amorosa in primis), ma concederselo se è in sintonia con l’Io, attraverso un processo di autoconoscenza all’insegna della libertà, la libertà di vivere come sempre o di cambiare, sia arrivato a una completa comprensione di sé e sia in grado di scelte all’insegna di una piena autodeterminazione.

È così? Blum dopo l’analisi torna in Svizzera, rifiuta incarichi di prestigio, ma si isola a Berna e non lavora analiticamente, ma in varie cliniche. Pohlen afferma che l’ebreo Blum si assimilò completamente alla borghesia bernese e si identificò con la mentalità svizzero tedesca. Si rese irriconoscibile, la sua era una doppia vita di adattamento esteriore e di ribellione nascosta. Da intellettuale scelse ambiti scientifici che corrispondevano agli interessi della borghesia svizzera, mentre alimentava segretamente uno spirito ebraico critico e illuminista che lo mantenne per tutta la vita in “dialogo spirituale” con Freud. Con Freud però, come con tutti gli altri analisti, aveva interrotto ogni rapporto, non rispose neppure a una sua cartolina. Questo imbroglio, le condizioni di frodo che scelse come destino non potevano non avere pesanti conseguenze. Più oltre Pohlen parla di esaurimento della forza intellettuale, di morte spirituale, rifacendosi addirittura al destino tragico di Shylock, alla sua “espulsione nel nulla”, come accade a ogni ebreo che perde la Scrittura.

“Nella sua fuga dall’ebraismo, sulla via della totale assimilazione, Blum con il distacco dalla Scrittura ha perso tutto: la fede e la propria identità…” (p. 196). Questa è l’ultima descrizione che Pohlen ci lascia di Blum: “La sua vecchiaia era attraversata da ombre e nelle sue notti insonni si rialzavano i fantasmi del passato… Tutte le possibilità frustrate gli si presentavano ossessivamente davanti agli occhi nei suoi monologhi notturni e nelle sue comunicazioni: la richiesta di Freud e la fuga di Blum nel dialogo interiore con lui anziché sostenere la psicoanalisi nel mondo e spingerla avanti attivamente a livello sia scientifico sia sociale, in lutto per l’eredità ebraica perduta. Le nostre conversazioni si svolgevano ormai attorno alla problematica della colpa. Tardi prese coscienza di essersi abbandonato alla morte e non alla vita” (p. 203).

Questa è la descrizione di un uomo psichicamente malato, di una nevrosi non risolta. Come si può allora essere così celebrativi nei confronti della sua analisi? Pohlen cade in una drammatica contraddizione: mentre sostiene che l’analisi di Blum con Freud sia all’insegna del vero spirito analitico che si è andato ormai perdendo, ci descrive il risultato di quell’esperienza come una catastrofe esistenziale. Qualcosa non quadra.

IL RESOCONTO DI BLUM

Blum quando a 30 anni si reca a Vienna è un giovane che proviene da una famiglia ricchissima, colto, intelligente, già capace di assumere posizioni critiche e innovative. Ha per fidanzata Els, una donna ariana non gradita alla sua famiglia, vuole fare una analisi ancora sfidando il parere dei suoi. Il suo interlocutore sarà Freud stesso, un genio, un altro ebreo con cui discutere delle radici più profonde della sua identità e dei valori dell’ebraismo. Già conosce la teoria (ne parlavo più di Freud, afferma), porta addirittura con sé la fidanzata affinché anche lei faccia un trattamento analitico e la sostiene economicamente.

Un entusiasmo incredibile, una spinta libidica idealizzante straordinaria, tutta da discutere, d’accordo, ma all’insegna di una meravigliosa vitalità. L’incontro non può avere inizio più felice. Freud ha nei suoi confronti un atteggiamento amorevole, di grande ospitalità, gli trova dove alloggiare, lo fa partecipare insieme alla fidanzata alle riunioni del mercoledì della Società psicoanalitica, trova l’analista per la sua fidanzata. Lo gratifica inoltre di grande stima, lo vede, secondo Pohlen, come un possibile nuovo Jung.

Dal canto suo Blum parla distesamente di sé, racconta sogni, associa, si auto interpreta, riporta e riconosce una ricca simbolizzazione in termini sessuali secondo la teoria del suo maestro analista. È evidente il compiacimento e la seduzione reciproca. È in atto un transfert narcisistico idealizzante e speculare, ci sono tutte le premesse per la nascita del nuovo principe, dell’analista che diffonderà nel mondo il verbo del padre. Blum annota: “Freud mitigò il mio senso di colpa e l’ansia di prestazione, il timore di avere una resistenza ed essere un cattivo analizzando: non avevo bisogno di sentirmi colpevole. Non ci fu assolutamente una lotta tra lui e me” (p 167).

Che cosa è dunque successo, perché il giovane sognatore di allora si è trasformato nel pavido borghese che cela anche a se stesso la forza del suo pensiero?
Blum nelle sue riflessioni a posteriori sulla sua esperienza analitica afferma: “Nella mia analisi le parole narcisismo, resistenza, difese, transfert non sono mai state pronunciate” (p. 165). “La cosiddetta analisi della resistenza mi è sempre rimasta incomprensibile” (p 168). Dunque a Blum non risulta che Freud gli abbia mai mostrato un movimento difensivo. Affermazioni così perentorie fanno riflettere. È assurdo: se non c’è resistenza non c’è conflitto e non può esserci analisi; anzi, potremmo dire che non c’è psichismo.

Esaminiamo il materiale che Blum ci ha lasciato: mancano i resoconti delle ultime 18 sedute, manca la storiella di Freud sull’imbroglio dell’anguilla (punto di snodo fondamentale secondo Pohlen), non si dice di Freud che non avrebbe avuto nulla in contrario se Blum si fosse sposato con sua figlia, non si accenna al fatto che non rispose alla cartolina di Freud dopo l’analisi. Omissis clamorosi che significheranno pure qualcosa. Blum nega l’evidenza. Le resistenze non mancavano e se non c’è stata lotta è perché lui aveva troppa paura per sostenerla e riconoscerla.

Nella 14ª seduta, dopo la prima fase di conoscenza reciproca, in piena luna di miele, accade qualcosa di nuovo. Freud mentre prima si limitava a dei commenti ora nota che Blum parla del passato per non accennare al presente, “vuole evidentemente nascondergli la fidanzata, proprio come la nasconde alla sua famiglia” (p 101). L’accenno alla resistenza è chiaro, l’interpretazione viene poi ripetuta e suona piuttosto drastica, senza possibilità di replica. Blum è subito d’accordo. Ma la seduta seguente porta un sogno.

I SOGNI DI BLUM

Blum sogna di una ispezione a una gavetta situata nel suo zaino che viene trovata sporca (e Freud omette di metterlo in relazione al suo intervento), la seduta successiva afferma di essere depresso e fa fatica a esprimersi (e ancora una volta Freud non riferisce tutto questo a se stesso) e la volta dopo porta un sogno terribile: “Sono nella stanza sporca e buia di un bordello. C’è la tenutaria, una vecchia strega. Un giovane pallido si alza, deve espiare una colpa. Va verso la stufa rovente e si brucia entrambe le cosce che gli vengono tagliate con un coltello rovente. Così giace là, le cosce staccate, ma i pantaloni sono intatti e nascondono le ferite. Ora sono in analisi con Freud, dormo. Lui dice trionfante: “Adesso lei l’ha detto. Ha dormito e nel sonno ha detto tifo petecchiale” (chissà se era tifo petecchiale o avvelenamento da ossido di carbonio). Di nuovo angoscia e terrore. Giaccio a terra, devo andare a vedere Els. Lei era nell’altra stanza. Voglio alzarmi e non ci riesco. Sono paralizzato o avvelenato. Con immensa fatica strisciando entro nella stanza di Els. Anche lei giace a terra, priva di sensi. Anche lei è avvelenata. Attorno ci sono pezzi di carne vomitati. Incomincio a capire: è stato compiuto un attentato contro di noi”.

Questo è un sogno di colpa e di persecuzione. La strega è l’analista, l’analisi avvelena lui e la fidanzata ecc. Freud non dice nulla del sogno, parla di altro (per lo meno questo è quanto risulta dal resoconto). Nelle sedute successive nessuno dei due torna sull’argomento; Blum non fa associazioni e Freud neppure gliele chiede, non fa domande, non accenna ad alcun tentativo di interpretazione. L’analisi continua come se nulla fosse successo; a parte il fatto che Blum si mette a parlare distesamente di Els, la fidanzata (così da non incappare più in un commento critico che egli avverte come un attacco mortale). Insomma l’analisi finisce proprio nel momento in cui doveva incominciare.

Blum afferma nelle sue riflessioni a proposito della sua analisi che l’analista che interpreti la resistenza si pone al centro del dialogo in una posizione paranoide e che al paziente non resta che adattarsi alla psicosi (!) del suo megalomanico interlocutore. Di nuovo, a distanza di 30 anni, un fantasma di persecuzione. Tralascio per brevità altre incongruenze; basti dire che non si parla mai della madre del paziente, nonostante essa sia una figura che contrasta il cambiamento.

CHE COSA DIRE DI FREUD?

Ci è difficile portare una critica a Freud (ci sentiamo per giunta, a distanza di quasi un secolo, al di fuori dal contesto culturale all’interno del quale si svolgeva la relazione), ma la sua riluttanza a prendere atto del transfert negativo latente è troppo palese. Tratterà qualche anno dopo questo argomento Reich in pagine indimenticabili dei suoi scritti di teoria della tecnica, ma già Freud ben conosceva il transfert nelle sue varie forme, già aveva scritto della coazione a ripetere, già sapeva che inconscia era anche una parte dell’Io nell’esercizio delle difese.

Non possiamo non pensare a un ritardo nella pratica clinica rispetto alle straordinarie intuizioni dell’elaborato teorico come, ad avviso di molti, era evidente anche anni prima per quanto riguarda la gestione del transfert nelle analisi di Dora e dell’uomo dei topi. Se mi esprimessi nel linguaggio che più mi è familiare parlerei di una disillusione traumatica dovuta alla mancanza di sintonia che manda in frantumi l’immersione narcisistica e della impossibilità a ricucire la relazione. Dovremmo anche soffermarci sul controtransfert di Freud. Già il suo intervento sulla reticenza del paziente ad esempio appare discutibile: Freud e Blum si conoscevano al di là della situazione analitica, Freud conosceva Els, conosceva Rank (l’analista di Els), Rank conosceva Blum. È chiaro che Blum aveva più di un motivo per sentirsi in imbarazzo a parlare dei risvolti intimi del suo rapporto con la fidanzata.

Il risultato è ovvio. Blum è impossibilitato ad affiliarsi a Freud (e non mi si dica che non voleva farlo perché era per questo che era venuto a Vienna), non diventa un analista, non porta avanti il pensiero critico ed emancipatorio dell’analisi ebraica, ma si autoesilia trovando una falsa patria nella ricca borghesia svizzera. L’analisi non l’ha portato all’emancipazione, ma a un perbenismo sociale privo di sorprese e di pericoli. Possiamo fermarci qui, non è la prima e non sarà l’ultima purtroppo delle analisi non riuscite. Occorre però anche rilevare che alcuni spunti sono di grande interesse per la teoria della tecnica soprattutto per come Freud si propone in risposta all’esteriorizzazione sulla sua figura di immagini superegoiche.

Vanno invece discusse le prese di posizione di Pohlen. Spiace contraddirlo perché alcune affermazioni risvegliano il mio interesse, come quando si scaglia contro la rimozione dell’Edipo e l’abbandono della teoria delle pulsioni. Tuttavia, se Freud ci ha lasciato della psicoanalisi un quadro di insieme per molti versi già compiuto, direi che è proprio sul piano della prassi che dopo di lui c’era ancora così tanto da fare. Ben conosciamo il grande divario fra la verità della teoria e la sua efficacia quando si tratta di applicarla. Mi sembra fuori discussione che il transfert, il narcisismo, le difese ecc. si debbano analizzare e all’interno di un setting rigoroso, anche se questo suscita il disaccordo del paziente.

È poi del tutto opinabile che Freud cogliesse dell’analisi solo la dimensione estetica; in tutta la sua opera ritorna continuamente il tema del cambiamento come difficoltà, fatica e motivo di scontro con l’analizzando.

Dr. Guido Medri

Leggi anche “La psicoanalisi è in crisi?” e “Presentazione della rivista online Praticapsicoterapeutica.com“.

2 pensieri su “Agli albori della psicoanalisi: anche Freud sbaglia

  1. Pingback: La psicoanalisi è in crisi? – Diana Medri psicologa psicoterapeuta Milano Guido Medri psichiatra psicanalista

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